MARHABA,MABSUTHA?
OVVERO, COME STAI?
Ci sono libri straordinari perché raccontano storie eccezionali
con un linguaggio innovativo; altri, invece, deludono perché raccontano
trame fantasiose in maniera letterariamente pretenziosa. Talvolta, però,
capita di imbattersi in volumi straordinari perché raccontano, con tono
ordinario, storie ordinarie: racconti di vita vissuta in cui è facile
riconoscersi, specchiarsi. Ed è allora come se il risultato raggiunto
dall’autore - ricomporre il filo nascosto della propria breve esistenza
- diventasse un risultato condiviso da noi lettori: quasi che anche noi,
ripercorrendo le tappe di quella biografia, ci trovassimo a recuperare la
trama sfilacciata, perduta, della nostra stessa vita. “Marhaba, mabsutha?”
(Midgard editrice, Perugia 2009, pp. 138, euro 14), di Fiorenza Morighi,
è uno di questi libri straordinariamente ordinari. In esso infatti
l’autrice ripercorre le tappe salienti della sua intensa, ma ‘normale’,
esistenza: gli anni della formazione cattolico-borghese, l’impatto con
il ‘68, un matrimonio contratto pur di evadere lecitamente dalla
prigione familiare d’origine, un divorzio per evadere dalla prigione
familiare d’elezione…E soprattutto l’impegno, di insegnante e di
attivista, per un mondo in cui la globalizzazione cessi di essere la
maschera dell’occidentalizzazione del globo e diventi davvero
planetarizzazione delle idee e delle persone, non soltanto delle merci e
delle finanze.
L’autobiografia di questa vivace, luminosa, sessantenne -
incredibilmente giovanile - può essere letta anche come lenta ma
inarrestabile emancipazione da due Istituzioni che ne hanno segnato, in
una maniera inestricabilmente positiva e negativa, la vita: la chiesa
cattolica e la scuola.
Quanto alla prima, pur non negando il proprio debito verso
associazioni cattoliche come la FUCI che l’hanno sensibilizzata alle
grandi tematiche della pace e della giustizia, Fiorenza non può
perdonarle la sessuofobia: “sembrava che l’unico grande peccato umano
fosse quello riconducibile alla sfera sessuale, procreazione a parte”
(p. 13). Come ripete spesso il teologo-psicanalista tedesco Eugen
Drewermann, la chiesa cattolica ruba amore e restituisce angoscia. E per
la giovane studentessa fu traumatico scoprire che condizionamenti molto
simili subiva “l’amica-compagna di banco”, condizionata dalla
“presenza di un padre-padrone sedicente comunista che vegliava
costantemente su moglie e figlie”: “sapevo che la Chiesa aveva messo
all’indice vari testi di letteratura e per i cattolici lettori era
peccato avvicinarsi ad essi. Chi lo avesse fatto doveva emendarsi con la
Confessione. Non immaginavo però che anche i comunisti, visti da me come
l’opposto dei religiosi, vietassero le stesse cose. Nella mia casa
cattolica c’erano tra quelli all’indice “Decameron” e “Satyricon”.
Noi li leggemmo subito ambedue. Non mi confessai per questo. Sia pur
timidamente e per temi alterni il senso critico cominciava a spuntare, ma
quanto ci impiegò per crescere!” (p. 17). Erano gli anni in cui Palmiro
Togliatti doveva nascondere la relazione extra-matrimoniale scandalosa con
Nilde Iotti: ma anche nel XXI secolo, tra gli ultimi eredi del comunismo
marxista, non mancano bigotti che non si sono preoccupati di risolvere i
nodi psichici del rapporto con la propria e con l’altrui corporeità.
Si potrebbe obiettare che la stessa Bibbia, letta direttamente ed
integralmente, avrebbe potuto offrire alla ragazza di buona famiglia
l’antidoto al veleno sessuofobico di fattura clericale. Ma, per quanto
strano possa oggi sembrare, sino al 1965 (anno di chiusura del Concilio
vaticano II), neppure questa possibilità veniva concessa al fedele ‘medio’:
la “lettura individuale” - diretta, senza la mediazione della chiesa
gerarchica - delle Sacre Scritture era proibita o, per lo meno,
“sconsigliata” (p. 42). Permetterla, o addirittura incoraggiarla,
avrebbe significato abbattere - su una questione decisiva - la differenza
fra cattolicesimo e protestantesimo.
L’altra istituzione verso cui la Morighi sa di essere
creditrice, oltre che in una certa misura debitrice, è la scuola intesa
nell’accezione complessiva: il sistema formativo liceale e universitario
che ella ha attraversato sino alla laurea per poi farvi presto ritorno
come insegnante. Un sistema d’istruzione che avrebbe potuto rimediare,
almeno in una certa misura, ai danni e alle lacune della formazione
cattolica ricevuta in famiglia e in parrocchia, ma che - invece - si è
rivelato altrettanto dannoso e lacunoso. L’incontro negli anni
universitari con un coetaneo esule palestinese, il dolce e affascinante
Abdul, segna una tappa decisiva nell’evoluzione culturale e spirituale
di Fiorenza: egli le squarcia il velo dell’ignoranza storica e politica,
aprendole prospettive inedite e sconfinate sul mondo. Le racconta di un
popolo che, dopo duemila anni, si vede esiliato dalla sua terra perché
sarebbero tornati gli abitanti primigeni (”Pensai che se fossero tornati
gli Umbri e avessero occupato il giardino e la casa di mio nonno con la
‘legge del ritorno’, non mi avrebbe fatto per niente piacere”, p.
35); di una città - Gerusalemme - santa non solo per i cristiani, ma
altrettanto per gli ebrei e per i musulmani (”Incredibile! In diciotto
anni nessuno mi aveva fatto riflettere sulle basi comuni delle tre
religioni”, p. 32); di solenni risoluzioni dell’ONU per una pace
giusta e durevole in Medio Oriente che venivano totalmente disattese non
solo da parte di gruppi estremistici palestinesi ma anche dai governi
ufficiali israeliani…Insieme al pacifismo, Fiorenza scopre i problemi
delle sperequazioni strutturali fra le economie del Nord e del Sud del
mondo; ma anche l’innaturale subordinazione della donna al maschio
(”in un Paese dove ancora veniva scusato il delitto d’onore, la
violenza sulla moglie era un fatto privato e lo stupro un atto che violava
il comune senso del pudore più o meno come masturbarsi per strada”, p.
56). Tutto ciò ha delle incidenze precise anche nella sua storia privata:
come reggere il rapporto con un marito, sposato precocemente, che non ne
condivide l’evoluzione emancipatrice? Nei capi di imputazione che le
vengono rivolti dalla famiglia dell’ex-coniuge si disegna, quasi
paradossalmente, un’immagine elogiativa: “contro di me giacevano tra
le scartoffie curiali accuse infamanti, con tanto di testimonianze di
parenti serpenti e di nemici vari: comunista era il primo capo d’accusa,
che se ne portava dietro tanti altri davvero disonorevoli, come ad esempio
frequentatrice dell’Associazione cinese, attivista femminista,
agitatrice propagandista, distributrice di manifestini ai crocicchi delle
strade”. Forse - aggiunge ironicamente l’autrice - se avessi battuto
le strade, non si sarebbe tentato di dichiarare canonicamente nullo il mio
matrimonio e mi sarei salvata dall’infamia: “una innocua Maddalena da
salvare contro la lapidazione e da ricondurre all’ovile, ma un’atea
comunista era ben peggio! Ammorbava l’aria di tutti. Occorreva
cancellarla come moglie” (p. 76).
La Morighi di oggi è una donna con i suoi travagli, ma felice di
vivere e impegnata in progetti, anche scolastici, di cui evoca nella
seconda parte del libro esperienze significative e prospettive operative.
Come una rediviva principessa Sheherazade de “Le mille e una notte”,
prova a raccontarsi convinta che “sono le storie a proteggerci dalla
morte: (…) fino a che possiamo trasferire il mondo in racconti, narrando
anche le nostre peggiori avventure, siamo ancora vivi” (p. 37). Non
sarebbe male se il suo esempio fosse seguito da altri, specie se arrivati
al giro di boa della navigazione...
Augusto Cavadi